«…Come quei c’ ha mala luce»: ‘presbiopia’ o ‘miopia’ dei dannati?

Prof. Leonardo CappellettiStoria e letteraturaLeave a Comment

Tra le questioni più imbarazzanti, controverse, se non addirittura contradditorie, che si trovano all’interno della Commedia di Dante, quella relativa alla conoscenza riservata alle sostanze separate —siano esse anime, demoni o angeli— riveste certamente un posto di notevole rilievo. Lungo tutto il percorso ultramondano, Dante ha modo di misurare quali siano le capacità conoscitive degli abitanti dei tre Regni, capacità che presentano, tra loro, specifiche differenze su cui i dantisti molto si sono soffermati. In particolare, intendiamo prendere in esame la peculiare caratteristica che hanno gli abitanti dell’inferno di conoscere alcuni eventi che accadranno nel futuro restando totalmente all’oscuro di ciò che accade nel presente. Come noto, Dante viene messo a parte di questa singolare prerogativa da Farinata degli Uberti nel X Canto quando il ghibellino spiegherà al poeta cosa i dannati sono in grado di conoscere e cosa no. Ciò che infatti aveva sorpreso il pellegrino era proprio il fatto che le anime non fossero in grado di conoscere il presente: che invece lo fossero del futuro Dante sembra darlo per scontato, tant’è che egli aveva domandato a Ciacco di rivelargli le sorti che attendono la città di Firenze divisa nelle due fazioni capeggiate dalla famiglia dei Cerchi e quella dei Donati. Già in precedenza, del resto, aveva avuto prova della ‘prescienza’ di una sostanza separata quando Caronte gli aveva predetto che, dopo la morte, avrebbe raggiunto l’aldilà solcando altre acque (Inf. III, 91-93):

 

…Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui, per passare:

più lieve legno convien che ti porti.

 

Tuttavia, è possibile che proprio il traghettatore infernale abbia iniziato a far sorgere in Dante l’interrogativo che poi sarà sciolto da Farinata in quanto quel demone, cercando di respingerlo indietro, dimostra di non conoscere ciò che in quel preciso momento stava accadendo e il motivo per cui un vivo si apprestava a salire sulla sua barca. La conferma di questa incapacità conoscitiva circa il presente che hanno i dannati, si consuma definitivamente durante il breve dialogo che Dante intrattiene con Cavalcante che, interrompendo il rinfaccio tra lui e Farinata, chiede prima notizie del figlio Guido e poi lo crede morto, male interpretando la risposta del poeta.

Ancora una volta alla fabula del testo è sottesa la trama delle argomentazioni teologico-filosofiche che agitavano le correnti dottrinali a cavaliere dei secoli XIII e XIV e alle quali Dante si era formato durante i suoi studi nelle scuole domenicane e francescane di Firenze: la spiegazione, infatti, che Farinata offre al suo interlocutore ai versi 100-105 avevano lo scopo di richiamare il lettore istruito del tempo su tutta una serie di questioni concernenti la natura di un’anima separata. Tra queste, precipuamente, se la distanza locale possa impedire alle anime la conoscenza delle cose presenti. Al momento in cui Dante compie la sua peregrinatio nei regni ultramondani, è bene ricordarlo, la dottrina teologica era, circa quest’argomento, letteralmente spaccata in due alternative assolutamente incociliabili tra loro giacché innestate nell’altrettanto inconciliabile disputa relativa all’immaterialità o materialità delle sostante separate.

Avanzata dal poeta la perplessità circa il modo in cui le anime dimostrano di essere in grado di conoscere il futuro restando però totalmente all’oscuro di ciò che accade nel presente, Farinata, quasi fosse diventato un alter-Virgilio, lo mette a parte di come stanno le cose:

 

«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,

le cose», disse, «che ne son lontano;

cotanto che ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano

nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,

nulla sapem di vostro stato umano … »

 

Tra i commentatori antichi della Commedia, è senz’altro Benvenuto da Imola quello che appare il più ‘informato’: nel suo Commentum super Comoediam Dantis egli scioglie la spiegazione di Farinata rimandando al preciso luogo in cui il celebre teologo Tommaso d’Aquino aveva, nella prima parte della Summa Theologiae (q. 89, aa. 7-8), trattato dell’argomento che qui ci riguarda. Poiché le anime separate, afferma l’Aquinate nell’articolo 7, in quanto immateriali, non sono dotate degli organi sensoriali atti a conoscere le cose nella loro singolarità, esse possono tuttavia riceverle grazie all’influsso emanato, e da loro ricevuto, dalla luce di Dio; pertanto, questa la conclusione del domenicano, la distanza locale non impedisce la loro conoscenza dal momento che la luce divina si irraggia uniformemente nello spazio. Un altro teologo dell’Ordine di san Domenico, Durando di san Porziano (che però non può essere considerato fonte dantesca) arrivò addirittura a sostenere che i dannati, grazie alla potenza assoluta di Dio, possono come i beati contemplare chiaramente la Sua essenza senza con ciò riceverne beneficio quanto al loro supplizio. Ora, che Dio risplenda anche nell’inferno, sebbene con intensità minore rispetto ad altri luoghi del Cosmo, pure Dante lo afferma nella prima terzina con cui apre la terza Cantica («La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove»), tant’è che Ciacco non sembra impedito dalla distanza locale quando dice a Dante che scendendo ancora per l’infernale abisso potrà incontrare le anime di Farinata, di Tegghiaio Aldobrandi, di Iacopo Rusticucci, di Mosca dei Lamberti e di quel tal Arrigo di cui, però, più niente sappiamo. Sta forse l’episodio di Ciacco a dimostrare che Dante, come Tommaso, ritiene che le anime separate possano ricevere le specie di qualcosa o di qualcuno per influsso della luce divina nonostante la grande distanza che li separa? Difficile a dirsi! A differenza di Ciacco, l’anima di maestro Adamo è a conoscenza che la decima bolgia ospita già quella di colui che lo indusse a coniar moneta falsa, solo perché sentito dire dalle altre «arrabbiate ombre» che, a differenza di lui che se ne sta immoto, per la bolgia «vanno intorno». La ‘contraddizione, ai dantisti, è ben nota: ma, in questo caso, Dante sembrerebbe richiamarsi alla dottrina francescana secondo la quale una sostanza separata, dotata degli organi sensoriali, non può avere conoscenza se non di ciò che con essi percepisce. Proprio il francescano Matteo d’Acquasparta, nelle Quaestiones de anima separata, aveva infatti affermato, in polemica con Tommaso e ribadendo quanto già dichiarato da Agostino nel De cura pro mortuis agenda, che la distanza locale impedisce alle anime di conoscere ciò che esse non possono ‘sensibilmente’ apprendere; e inoltre, come stanno a dimostrare le anime di Farinata e di maestro Adamo, il teologo francescano afferma anche che le anime dei morti possono ricevere notizie ed acquistare conoscenze altrimenti inaccessibili grazie ad un reciproco scambio di informazioni. Riguardo dunque il problema se la distanza locale possa impedire la conoscenza delle sostanze separate, Dante non sembra prendere partito tra le due scuole in competizione ma, come in altre occasioni, preferisce far uso tanto dell’una come dell’altra a seconda del contesto.

Tuttavia il veder lontano cui fa riferimento Farinata non ha a che vedere con la distanza spaziale quanto con quella temporale, e il giustapporre le due dimensioni ha inficiato, a nostro giudizio, il corretto modo di intendere la spiegazione che l’Uberti dà a Dante circa il conoscere delle anime dannate. Certo, non che spazio e tempo non siano correlati: che la dottrina tommasiana secondo la quale le anime non sono impedite nella conoscenza dalla distanza locale fosse assolutamente da rifiutare come contraria alla ragione ed alla fede, i francescani lo avevano ben messo in evidenza con molteplici argomentazioni: tra queste, proprio il fatto che se esse avessero in Dio la loro fonte di conoscenza circa le cose lontane nello spazio allora potrebbero ispo facto conoscere in Lui anche ciò che è lontano nel tempo come il futuro. Ma l’accusa rivolta al domenicano era assolutamente pretestuosa perché, Tommaso, l’idea che le anime potessero conoscere il futuro in quanto non impedite dalla distanza locale la dava per impossibile. Invero, egli aveva precisato (Summa Theologiae, Ia, q. 89, a. 7, ad 3) che le cose che distano secondo il tempo non sono in se stesse conoscibili in quanto, a differenza di ciò che dista nello spazio, non hanno alcuna consistenza ontologica. Dunque, se tanto la dottrina domenicana quanto quella francescana erano d’accordo nel sostenere che un’anima non possa essere in grado di conoscere il futuro, come spiegare la loro capacità di predire a Dante ciò che accadrà? Le anime che Dante ha incontrato durante il suo pellegrinaggio ultraterreno non sono dotate di prescienza nel senso che esse sono di per se stesse capaci di conoscere il futuro: come aveva affermato nel citato De cura pro mortuis agenda Agostino, in questo seguito tanto dalla dottrina domenicana che francescana, esse ricevono, per illuminazione divina, la facoltà non tanto di predire, quanto di profetizzare gli eventi che ancora non sono passati all’atto di essere.

Alla luce di ciò crediamo che il senso della spiegazione di Farinata debba essere sciolta tenendo distinte le conoscenze ordinate alla dimensione spaziale da quelle ordinate alla dimensione temporale e proporre così, per le anime, un difetto di vista che non è quello comunemente accettato di una loro intrinseca presbiopia: delle cose presenti, a causa della distanza spaziale che le separa dagli oggetti o eventi conoscibili, le anime nulla possono sapere allo stesso modo in cui un uomo sulla terra niente può sapere e percepire di ciò che accade e si trova tanto al di là di un muro che a migliaia di kilometri di distanza a meno che non ne abbia notizia indiretta. Pertanto la «mala luce» di cui parla Farinata niente ha a che vedere con quel difetto della vista proprio di chi vede più nitidamente le cose lontane e confusamente quelle vicine; la «mala luce» crediamo sia riferita esclusivamente alle cose che devono ancora accadere e, per questo, lontane nel tempo. E poiché il futuro si trova in Dio che, come sappiamo, «per l’universo penetra, e riplende / in una parte più e meno altrove», è ovvio che, considerata la struttura dantesca dell’al di là, le anime avranno una vista simile a quella di un miope: tanto più si è lontani dall’oggetto della vista, tanto più esso risulterà sfuocato.

 

“About

Prof. Leonardo Cappelletti

Leonardo Cappelletti (Pelago, 1975) è Vicepresidente dell'Unione Fiorentina Museo Casa di Dante. Laureato a Firenze in Storia della filosofia medievale, ha conseguito il dottorato di ricerca presso l'Istituto in Studi Umanistici e il Master in ‘Comunicazione del patrimonio culturale’. Ha pubblicato vari saggi sul pensiero teologico-filosofico dei secoli XIII-XIV e le monografie Matteo d’Acquasparta vs Tommaso d’Aquino. Il dibattito teologico-filosofico nelle quaestiones de anima (Aracne 2011), Bartolomeo Berrecci da Pontassieve. Un genio del Rinascimento tra arte e filosofia (Polistampa 2011) e 'Ne le scuole de li religiosi'. Le dispute scolastiche sull'anima nella 'Commedia' di Dante (Aleph Editrice 2015). È docente a contratto di Storia della Chiesa medievale presso l’ISSR di Firenze. Potete contattarlo a prof.cappelletti@museocasadidante.it.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *