Parlare nell’aldilà: modelli di comunicazione tra anime, diavoli e angeli nella 'Commedia'

Prof. Leonardo CappellettiStoria e letteratura1 Comment

Se si vuole guardare alla Commedia come ad un ‘edificio’, e di questo si intendessero individuare i muri portanti senza i quali l’intera architettura non potrebbe stare in piedi, non si potrebbe non citare il XXV canto del Purgatorio dove il poeta latino Stazio illustra a Dante ed alla sua guida Virgilio come sia possibile che le anime dell’oltretomba presentino caratteri del tutto materiali ed organici che permettono loro di subire i terribili supplizi infernali e le cruente pene purgatoriali; caratteri facenti sì che le anime dei tre Regni percorsi dal poeta compiano anche un’azione assolutamente ‘innaturale’ per delle sostanze separate quali esse sono, vale a dire il parlare secondo una modalità del tutto ‘umana’.

I dialoghi delle anime, con Dante come tra loro, sono talmente frequenti (per non dire preponderanti) nella Commedia che se non ne fosse stata spiegata la causa, l’intero racconto del viaggio ultramondano avrebbe perso di credibilità: infatti, quella di come le sostanze separate potessero interloquire con l’uomo, vicendevolmente o con Dio era, al tempo, questione molto delicata e uno studioso di filosofia e teologia come Dante non poteva certamente prenderla sotto gamba. Tornando per un momento al sopra citato canto del Purgatorio, è chiaro come le anime incontrate dal Poeta siano in grado di parlare allo stesso modo in cui lo erano state in vita: poiché l’anima, una volta separatasi dal corpo dopo la morte, porta con sé quella forza generativa che aveva fin dall’atto del concepimento, essa è capace di ‘ricreare’ con la materia aerea che la circonda nell’otretomba, tutti gli organi che aveva precedentemente formato compresi quelli finalizzati al linguaggio (Purg. XXV, 101-105).

Grazie a questa ‘dottrina’, che forse più di tutte caratterizza il Poema, Dante è in grado di giustificare i dialoghi che racconta di aver avuto con le anime presenti in ognuno dei tre Regni dell’Oltretomba, dal primo dialogo intercorso con Virgilio nella «selva oscura» all’ultimo con San Bernardo nel cielo Empireo; ma essendo il linguaggio tipicamente umano una peculiarietà delle anime che erano state un tempo unite ad un corpo, come giustificare il parlare delle altre sostanze separate come gli angeli o i diavoli? Essi, infatti, sono privi degli organi corporei come le corde vocali poiché immateriali e dunque, a rigore, non possono aver parlato con il pellegrino Dante o tra loro allo stesso modo di come hanno fatto le anime di coloro che furono vivi. Proprio in merito al linguaggio degli angeli e dei diavoli Dante, nel secondo capitolo del primo libro del De vulgari eloquentia, aveva perentoriariamente affermato che essi non hanno necessità di parlare tra loro in quanto capaci di comprendere intuitivamente il contenuto mentale del proprio interlocutore; nonostante ciò, nella Commedia, essi interloquiscono con i propri simili (si pensi ai diavoli delle Malebolge), con le anime e con Dante pronunciando suoni che il poeta fiorentino riesce a sentire e comprendere.

Dante, nella Commedia, non affronta il problema di quale sia il linguaggio di queste sostanze separate, ma non ne aveva bisogno: un lettore o un uditore, persino non istruito, della sua opera era ben a conoscenza che un angelo o un diavolo non parla, o almeno non nella maniera in cui si è soliti pensare a questa attività tipicamente umana. Proprio a Firenze, ad esempio, il volgo cittadino veniva messo a parte di simili questioni filosofico-teologiche dai frati predicatori: il domenicano Giordano da Pisa, in una predica del 29 marzo del 1305, istruiva dal pulpito i fedeli circa la modalità del parlare angelico sostenendo che gli spiriti, essendo assolutamente immateriali, non comunicano tramite gli organi corporali ma emettendo, grazie alla propria virtù, suoni simili a quelli che provengono da uno strumento musicale che, appunto, non produce una voce (Cf. Prediche sulla Genesi recitate in Firenze nel MCCCIV dal beato f. Giordano da Pisa, a cura di D. Moreni, Firenze 1830, p. 100). In breve, le sostanze separate come gli angeli e i diavoli sono in grado di parlare al genere umano sfruttando il loro potere che è capace di manipolare gli elementi della natura e di utilizzarli come strumenti per veicolare i contenuti della propria mente; secondo il teologo agostiniano Egidio Romano e il teologo francescano Matteo d’Acquasparta, questi enti possono ricreare suoni simili alla voce umana intervenendo sull’elemento aria e sfruttandolo come mezzo linguistico per farsi intendere dagli uomini. Stando alla dottrina del suo tempo, Dante non poteva certamente avere in mente che questa modalità di linguaggio quando riportava le parole udite dai diavoli e dagli angeli.

Ma c’è di più: in almeno due luoghi dell’inferno, e precisamente al canto XIII e XXVII, sembra emergere che anche le stesse anime dell’aldilà siano capaci di utilizzare gli elementi naturali come l’aria ed il fuoco per ricreare delle voci. Le anime dei suicidi e dei consiglieri fraudolenti, ‘trasformate’ o ‘incarcerate’ rispettivamente in degli arbusti e nel fuoco, non hanno riprodotti gli organi predisposti al linguaggio e pertanto parlano a Dante nello stesso modo in cui lo fanno le sostanze separate: il ramo spezzato entro cui si trova l’anima di Pier delle Vigne emette un soffio, un vento che poi si trasforma in voce mentre quella di Guido da Montefeltro, così come quella di Ulisse, dialoga con il poeta fiorentino trasformando in parole il crepitare della fiamma. Proprio il già citato Matteo d’Acquasparta (che Dante ebbe modo di conoscere a Firenze essendo stato inviato da Bonifacio VIII come legato papale per sedare i contrasti tra Guelfi bianchi e Guelfi neri) aveva affermato che la natura di un’anima è la stessa di quella delle sostanze separate come i diavoli e gli angeli e pertanto non c’è da stupirsi se Dante ha riservato ad esse le medesime capacità che possiedono quest’ultimi.

Proprio per ciò che concerne il linguaggio nell’aldilà, sembrerebbe inoltre che le anime della Commedia siano capaci di un’ulteriore tipo di comunicazione che la dottrina teologica riservava esclusivamente alle potenze demoniache e angeliche e di cui Dante aveva già parlato, come si è detto sopra, nel De vulgari eloquentia. Si tratta di un liguaggio che non abbisogna di alcuno strumento vocale, di un linguaggio esclusivamente intellettuale tramite cui le sostanze separate veicolano tra loro i contenuti della loro mente nello stesso modo in cui uno specchio riflette un’immagine ad un altro specchio. Unico, almeno a nostra conoscenza, tra i teologi del XIII secolo a riservare una simile comunicazione tra sostanze separate come le anime e l’uomo, ancora una volta il francescano Matteo d’Acquasparta, ed un’eco di questa dottrina così singolare la si riscontra in più di un’occasione nel Poema dantesco. Al di là dei numerosi passi in cui le anime intuiscono i dubbi, le incertezze e i pensieri di Dante prima che lui li manifesti oralmente, in almeno tre occorrenze ritorna espressamente il tema della comunicazione per speculum, dello specchio che riflette un’immagine ad un altro specchio. Se in Inf. XXIII, 25-27 Virgilio afferma che il timore che Dante ha di essere inseguiti dai diavoli delle Malebolge si riflette nella sua mente come farebbe l’immagine del suo volto spaventato in uno specchio, in Par. IX, 20-21 e 80-81 la capacità di un’anima di conoscere il contenuto mentale del poeta secondo questa modalità diventa ancora più esplicita. In questi due passi si afferma non solo che un’anima separata è in grado di penetrare nella mente del pellegrino Dante (vv. 80-81: «Già non attendere’ io tua domanda / s’io m’intuassi, come tu t’inmii»), ma anche che i pensieri di quest’ultimo si riflettono, come immagine allo specchio, nell’anima che gli sta di fronte (vv. 20-21: «…fammi prova / ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso»).

Quando si leggono i dialoghi che i personaggi della Commedia intrattengono tra loro e con Dante, si deve dunque tener presente che essi sottostanno a delle precise modalità di comunicazione: sarebbe infatti un ‘errore dottrinale’ pensare che un diavolo o un angelo abbia parlato a Dante fonetizzando parole e voci così come siamo soliti intendere queste; e se la gran parte delle anime sono in grado di parlare perché dotate di corde vocali, altre sono in grado di farlo utilizzando delle virtù sovrannaturali sconosciute al genere umano. Date per scontate dall’uomo del XIV secolo, tali considerazioni devono essere recuperate da quello che oggi intende affrontare un’opera come il Poema dantesco: la Commedia, d’altronde, è anche questo.

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Prof. Leonardo Cappelletti

Leonardo Cappelletti (Pelago, 1975) è Vicepresidente dell’Unione Fiorentina Museo Casa di Dante. Laureato a Firenze in Storia della filosofia medievale, ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Istituto in Studi Umanistici e il Master in ‘Comunicazione del patrimonio culturale’. Ha pubblicato vari saggi sul pensiero teologico-filosofico dei secoli XIII-XIV e le monografie Matteo d’Acquasparta vs Tommaso d’Aquino. Il dibattito teologico-filosofico nelle quaestiones de anima (Aracne 2011), Bartolomeo Berrecci da Pontassieve. Un genio del Rinascimento tra arte e filosofia (Polistampa 2011) e ‘Ne le scuole de li religiosi’. Le dispute scolastiche sull’anima nella ‘Commedia’ di Dante (Aleph Editrice 2015). È docente a contratto di Storia della Chiesa medievale presso l’ISSR di Firenze. Potete contattarlo a prof.cappelletti@museocasadidante.it.

One Comment on “Parlare nell’aldilà: modelli di comunicazione tra anime, diavoli e angeli nella 'Commedia'”

  1. Ottimo, Leonardo Cappelletti, chiaro il concetto e molto ben esposto. Dante mi ricorda sempre più ciò che sta emergendo da certi studi sulla trasmissione telepatica e sui vari “livelli/elementi” che compongono l’uomo! Complimenti per aver trattato questo aspetto poco conosciuto del Poema!

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