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STORIA DELLA CASA
07 Settembre 2010
 
 
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Breve storia della  Casa

Dopo la morte del Poeta, il fratello Francesco vende (è il 1332) ai Mardolli una parte di casa, mentre la parte rimanente continua ad essere ancora per pochi anni di proprietà dei figli di Dante che in seguito alle vicissitudini della famiglia hanno da tempo abbandonato Firenze.

Per aumentarne il valore i vari proprietari che seguono avviano lavori di ampliamento, adattamento e rifacimenti che trasformano non poco una buona parte del nucleo abitativo originario. Allo smembramento delle case Alighieri adattate a diversi usi funzionali (depositi, botteghe, abitazioni) segue presto uno stato di degrado.

La memoria del luogo natale del Poeta però, viene custodita dalla tradizione popolare che continua ad indicare, nei pressi della Torre della Castagna, quel gruppo di case umili e “obliate” come “casa di Dante”.

Come si evince dalle parole di Leonardo Bruni, nella Vita di Dante (1436), anche i discendenti dell’Alighieri, oramai trapiantati da tempo a Verona ne conservano un vago ricordo:

 

… Lionardo [Leonardo Alighieri, bisnipote di Dante] venne a Firenze con altri giovani veronesi, bene in punto e onoratamente; e me venne a visitare, come amico della memoria del suo proavo Dante; ed io gli mostrai le case di Dante e de' suoi antichi, e diegli notizia di molte cose a lui incognite, per essersi stranato lui e i suoi della patria...

Il sesto centenario della nascita di Dante, maggio-giugno 1865, veniva ad essere celebrato in una Firenze che, inaspettatamente, stava assumendo il ruolo della città più importante del neo regno d'Italia. Come la Convenzione di settembre che, con legge dell'11 dicembre del 1864, sanciva definitivamente il trasferimento della capitale da Torino a Firenze ( Ubaldino Peruzzi, allora ministro degli Interni, aveva votato contro); il consiglio Generale del Comune di Firenze, nella seduta del 4 febbraio 1865, deliberava, tra le altre priorità, quella di acquistare l'abitazione che era stata di Dante Alighieri: edificio posto nel Popolo di San Martino al Vescovo, di fronte alla Torre della castagna, in fregio alla allora via de' Magazzini. A conferma che la casa della famiglia degli Alighieri fosse ubicata proprio in quel luogo si ha un documento riguardo ad una lite intentata dal priore della chiesa di San Martino al Vescovo contro la famiglia di Dante, a causa delle radici di un fico che, dal terreno degli Alighieri, rovinavano la recinzione del giardino della chiesa.
Durante il breve periodo in cui la capitale, con non poche difficoltà, si  era insediata sulle rive dell'Arno, i più illustri fiorentini di allora, quali Bettino Ricasoli, più volte presidente del Consiglio dei ministri, il Peruzzi, ministro di vari ministeri e Luigi Guglielmo Cambray Digny, primo sindaco della città, poi ministro delle finanze ( ideatore della odiosa, quanto odiata, tassa sul macinato), solo per citare i più importanti, si trovarono alla direzione del nuovo Stato Unitario. Nè costoro poterono prevedere il nuovo " terremoto economico"che, dopo appena un quinquennio scapitalizzava Firenze.
Così, con il Ricasoli presidentedel Consiglio dei ministri e il Cambray primo cittadino, il 17 di marzo del 1866 veniva istituita una Commissione per il " compimento delle ricerche storiche" sulla casa del Divino Poeta.
Questa, formata dall'avvocato Emilio Frullani, dallo storico Luigi Passerini, dal professor Gaetano Bianchi e dall'architetto Mariano Falcini, dopo due anni di lavoro, produssero, al Consiglio Comunale, il 10 marzo del 1868, una relazione sulle indagini svolte, consistenti in un'approfondita ricerca su documentazioni catastali che, dagli inizi del 1300, giungeva alla metà del secolo XIX; indagini di natura archeologica e con tavole di " Piante geometriche", in scala 1 a 140 della " Casa abitata da Dante Alighieri e delle proprietà limitrofe": piano terreno, primo piano e sezioni, e " alzato", con, sulla via di Santa Margherita, i resti della Torre di Dante ( nella realtà torre appartenente alla adiacente famiglia dei Giuochi).

Con l’inaspettato trasferimento a Roma della capitale se ne andarono da Firenze anche i capitali, le legazioni straniere e tutte quelle attività che erano state consequenziali al ruolo che la città aveva assunto quale rappresentativa di un grande Stato europeo. I lavori progettati dal Poggi, e cioè  l’abbattimento delle mura  per la realizzazione dei viali, con i nuovi quartieri abitativi; lavori per la realizzazione dei quali il Municipio fiorentino aveva contratto un prestito obbligazionario di 30 milioni, non erano ancora terminati.  L’Amministrazione comunale, con Ubaldino Peruzzi nominato sindaco dal 1° gennaio del 1871, fiduciosa in una sovvenzione governativa a copertura in parte delle spese sostenute dalla città per la permanenza della capitale, ( l’esigua somma largita dal Governo fu del tutto irrilevante )  si vide costretta a contrarre nuovi debiti (altri 30 milioni) allo scopo di non lasciare incompiuti i lavori iniziati. Ma una serie di circostanze sfavorevoli di carattere locale e nazionale, nel giro di pochi anni fecero  precipitare la città in una situazione economica più che drammatica, mentre le altrettante disastrose condizioni finanziarie del Municipio fiorentino costrinsero Sindaco e Giunta a rassegnare le dimissioni. Con lo scioglimento del Consiglio comunale, avvenuto il 5 aprile 1878, fu richiesto al governo di istituire una Commissione per la liquidazione dei debiti della Firenze capitale. I risultati della Commissione liquidatrice calcolarono i debiti ad un ammontare di circa 150 milioni (la paga base di un operaio si aggirava su una lira al giorno ! ); di fronte a tale situazione i rimedi proposti  furono drastici. Lo schema di risarcimento prevedeva che il Comune avrebbe venduto tutte le sue proprietà immobiliari, compresa la sede municipale, palazzo Feroni-Spini, e avrebbe inscritto, obbligatoriamente, nel proprio bilancio annuale la somma di 2 milioni di lire, fino al 1939, allo scopo di  risarcire interamente tutti i creditori. Col progredire del tempo, le condizioni del Comune fiorentino andarono via via migliorando, tant’è che, sullo scorcio del secolo, la città riuscì a condurre in porto l’annosa questione del risanamento dell’area di Mercato Vecchio. Agli albori del Novecento ritornò di attualità la ricostruzione della casa di Dante, il cui progetto  venne affidato all’architetto Giuseppe Castellucci che, secondo gli stilemi del tempo, con la piazzetta e la torre, realizzo uno degli angoli più suggestivi all‘interno della “cerchia antica“. Ma per trovare alcuni resti autentici relativi al periodo in cui visse e operò il Sommo Poeta occorre spostarsi nella vicina via del Canto alla Quarconia, dove sono ancora visibili i conci di quello che fu il portale dell’antica chiesa di San Martino al Vescovo.

 


Il Comune di Firenze

“considerando che tutto quanto riguarda il Divino Poeta deve essere sacro agli Italiani” avvia le trattative per l’acquisto delle case. Si pensa anche di restaurarle e recuperarne il quanto più possibile lo stato originario… ma le condizioni economiche dell’epoca rinviano ad altra data la decisione.

Solo nel 1911 il Comune inizia i lavori di “recupero e ricostruzione” della Casa di Dante, affidando i lavori all’architetto Castellucci: si demoliscono le case d’angolo per dar luogo ad una piazzetta, abbattendo tutti quegli elementi che già Falcini riteneva estranei alla casa degli Alighieri. Dopo le demolizioni è necessaria una “ricomposizione architettonica” basata su una serie di progetti di ipotetica ricostruzione.

Se, per certi versi, l’intervento può ritenersi discutibile per le numerose licenze e per la maestosità di un “luogo eccellente”, certamente esso ha il pregio di inserirsi, come uno dei migliori esempi, nel filone architettonico del Revival.