DANTE ALIGHIERI – LA VITA

PRIMI ANNI DI DANTE


Gli Alighieri, famiglia fiorentina di nobiltà minore, che si vantava di essere pianta di seme romano (Inf. XV segg.), provenivano da un ramo della potente stirpe degli Elisei (Par. 138): da una certa Aldighiera della Valle del Po, andata sposa a Cacciaguida che partecipò alla seconda crociata durante la quale morì.

Il nonno di Dante, Bellincione, e il padre, Alighiero II esercitavano l’attività di “prestatori”; e benché di Bellincione si sappia che prese parte ai Consigli del Comune, gli Alighieri non furono così importanti tra i Guelfi da essere esiliati allorquando, dopo la battaglia di Montaperti, i Ghibellini prevalsero.

Benché fossero numerosi gli esiliati fiorentini di Parte Guelfa tra il 1260 e il 1266, i genitori di Dante rimasero in Firenze ed egli potè dirsi nato e cresciuto sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran Villa (Inf. XXIII 93-94).

Scarsissimi sono gli accenni di Dante ai suoi stretti congiunti; sappiamo che fu battezzato nel bel San Giovanni (Inf. XIX 17), luogo mitico a cui sempre andrà il suo pensiero; luogo poetico identificato con la stessa sua Firenze dove sperava di tornare per essere incoronato poeta.

Divenuto da fanciullo orfano di madre, Dante trascorre l’infanzia in compagnia di una sorella maggiore la donna giovane gentile…..la quale era meco di propinquissima sanguinitade congiunta (Vita Nova XXIII). Ebbe un fratello, Francesco ed una sorella, Tana (Gaetana), nati dalle seconde nozze del padre con Lapa di Chiarissimo Cialuffi.


Gli studi


Fin dalla più giovane età attese agli studi grammatici e retorici avendo conoscenza, inoltre, dei maggiori autori latini. Che Dante abbia avuto un maestro di scuola è più che ovvio; sappiamo dalla Cronaca del Villani quanto fosse diffusa, anche dopo pochi anni dalla morte del Poeta l’alfabetizzazione e la successiva istruzione commerciale e intellettuale tra i giovani fiorentini.

Un “romanus doctor puerorum” del popolo di San Martino al Vescovo teneva lezione, nel 1277, presso le case degli Alighieri. Assai rilevante, ancorché episodico fu, certamente, l’insegnamento retorico-letterario ed anche politico e civile appreso dal grande Brunetto Latini, magistrato, ambasciatore e notaio ufficiale, nel 1267, della Repubblica Fiorentina, morto nel 1294 e sepolto in Santa Maria Maggiore. Il Latini appartenne politicamente alla Parte Guelfa e, come guelfo militante, dopo la rotta di Montaperti, venne condannato all’esilio. Riparò in Francia dove visse tra il 1260 e il 1266 e dove in lingua francese scrisse alcune tra le opere più importanti del tempo.

Retore, al tempo stesso filosofo e divulgatore di un rinnovato enciclopedismo fondato su elementi culturali transalpini, propugnatore di un umanesimo tutto “civile” fu definito, a giusta ragione, da Giovanni Villani gran filosofo……sommo maestro di retorica…..cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bel parlare, e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la Politica.

Dall’insegnamento dell’autore del Tesoretto, del Favolello e del li livres dou tresor il giovane Alighieri prese l’avvio all’acquisizione della cultura francese come provano il Detto d’Amore e il più tardo Fiore (rifacimento in 232 sonetti di parte del Roman e la Rose) opere oggi attribuite a Dante.

Intanto, a cominciare dalla Scuola Siciliana, prendeva campo e cresceva la poesia in volgare. Così, durante gli anni giovanili dell’Alighieri, il panorama poetico fiorentino è in completa espansione come stanno a dimostrare il Codice Vaticano 3793 del secolo XIII (uno dei più antichi illustri canzonieri), il Codice Palatino 418 e il Codice Laurenziano Rediano 9 della Biblioteca Nazionale di Firenze. Se guardiamo la composizione di questa raccolta di poeti duecenteschi, escludendo ovviamente le rime di coloro che verranno poi detti, stilnovisti,vediamo che sulla quasi totalità dei componenti soltanto un’esigua parte non è toscana né fiorentina. Il maggior numero è rappresentato da composizioni di autori fiorentini o, come fra’ Guittone d’Arezzo, vissuti in stretto contatto con Firenze.

L’operosità letteraria e artistica di questi poeti toccava il proprio culmine proprio mentre dante priva la mente e l’animo alla poesia: egli si staccava però ben presto da quei modelli e, con la conquista del ” dolce stile “, e delle rime in lode di Beatrice (poi commentate nella Vita Nova), si veniva consapevolmente a staccare dalla schiera dei rimatori in volgare delle precedenti generazioni.



VITA POLITICA DI DANTE


Dalla lotta tra Guelfi e Ghibellini alla condanna a morte


Agli inizi del XI secolo, in Germania vengono a contrapporsi due casate che avranno ben presto dei risvolti politici determinanti nella storia delle città della penisola italica ed in particolar modo per Firenze: la Casa Welf di Baviera, (da cui i Guelfi) e quella di Svevia degli Hohenstaufen (da cui i Ghibellini). I primi sostenitori della politica papale e dei Comuni e che, in vario modo, si opponevano alla supremazia imperiale. L’anno 1215 vedeva Federico II di Svevia cingere la corona regale di Germania e, cinque anni più tardi, la sua proclamazione a imperatore. Nella Firenze di allora le discordie interne si erano già manifestate tra gli antichi e ancora potenti rappresentanti della nobiltà comitale inurbate il ceto mercantile in vigorosa espansione al quale si affiancavano gli artigiani e, per ragioni economiche, il popolo minuto.

L’uccisione di Buondelmonte dei Buondelmonti da parte della consorteria degli Amidi veniva ad esasperare la divisione già esistente fra i gruppi dirigenti della “societas militum”. A questa già precaria situazione interna per Firenze veniva ad aggiungersi l’aperto scontro tra papato e Impero che, nella città, andava a radicalizzare la formazione dei due partiti: il guelfo e il ghibellino nei quali sottendevano anche dei profondi interessi economici.


Alla Parte magnatizia ghibellina che, con la potente famiglia degli Uberti e loro consorti, aveva dominato Firenze tra gli anni 40-50 del secolo XIII, con l’improvvisa morte di Federico II (dicembre 1250) subentra, nel governo cittadino il Primo Popolo. Accanto all’elemento aristocratico del podestà, viene posto un Capitano del Popolo la cui azione politica mira all’intera pacificazione finalizzata ad una maggiore espansione economica.

La comparsa sulla scena politica italiana del figlio naturale di Federico II, Manfredi rilancia, anche a Firenze, il partito ghibellino;così, la rotta di Montaperti (1260) che fece l’Arbia colorata in rosso (Inf.X 86 ) conduce alla caduta del governo del Primo Popolo ma, al tempo stesso, produce la definitiva fusione fra guelfismo e governo popolare. L’intervento angioino del mezzogiorno d’Italia annulla di fatto le speranze della Parte imperiale. Manfredi sconfitto a Benevento il 26 febbraio del 1266, muore in battaglia. L’anno di poi, il partito ghibellino sembra riprendersi con la calata, nella penisola, dell’ultimo discendente degli Hohenstaufen, il giovanissimo Corradino che, però, sconfitto il 23 agosto del 1268 a Tagliacozzo, fatto prigioniero, viene decapitato a Napoli.

Il rientro in città, nell’aprile del 1267,degli esuli guelfi, con l’appoggio dei cavalieri angioini, porta alla definitiva cacciata dei ghibellini dei ghibellini ed alla formazione del governo della formazione della Parte Guelfa che reggerà Firenze sino alla pace del Cardinal Latino ed alla assunzione del potere, nel 1282, con il Priorato delle Arti, da parte delle forze popolari cittadine. Questo nuovo organismo, con gli Ordinamenti di Giustizia del 1293, esclude dalla direzione della città il gruppo nobiliare magnatizio che, nonostante degli aggiustamenti del 1295, resta in gran parte lontano dal potere.

All’interno della Parte Guelfa, vengono a formarsi due gruppi, antagonisti fra loro: i guelfi Bianchi e i guelfi Neri. I primi legati alla famiglia dei ricchissimi mercanti quali i Cerchi (la gente nuova); i secondi di trascorsa e superba nobiltà, i Donati. La zuffa di Calendimaggio col ferimento di Ricoverino de’ Cerchi segna l’inizio di un’aperta lotta fra le due fazioni.

I Donati e i loro consorti, la Parte Nera, sono di sostegno al progetto di espansione verso la Toscana di papa Bonifacio VIII che si intromette nelle lotte intestine di Firenze inviando in città, prima il cardinale Acquasparta in veste di paciere e in seguito, il 1° novembre del 1301, Carlo di Valois fratello del re di Francia Filippo il Bello. Con lui rientrano pure quei caporioni dei Donati precedentemente esiliati e, di fatto, viene a costituirsi una vera e propria ” signoria” della Parte Nera con i podestà Cante di Gabrielli da Gubbio prima e Folcieri da Calvoli poi.

Iniziano i processi e le condanne contro gli avversari e con l’inizio del 1302 abbiamo l’eliminazione della Parte Bianca: in questo drammatico sfondo cittadino si inserisce la vicenda personale dell’Alighieri che, oltre ad appartenere alla Parte Bianca, che fu un forte oppositore alle mire espansionistiche di Bonifacio VIII.

Dopo la giovanile partecipazione alla battaglia di Campaldino contro gli aretini (11 giugno 1289) e operazioni militari di due mesi dopo contro il castello pisano di Caprona (Inf. XXI 95), Dante partecipa alla vita politica cittadina del Comune Guelfo. In forza degli Ordinamenti di Giustizia anche i nobili, non cavalieri, avrebbero potuto partecipare alle cariche pubbliche purché iscritti, anche solo nominalmente, alle Arti. Il poeta si iscrisse all’Arte dei ” Medici e Speziali “, all’Arte cioè che raccoglieva alcune tra le menti più all’avanguardia della cultura di allora.

Tra il novembre del 1295 e l’aprile del 1296 fece parte del Consiglio speciale del Capitano del Popolo. Come appartenente alla Parte Bianca, Dante il 7 maggio del 1300 fu nominato ambasciatore a San Gimignano ed eletto tra i Priori del 15 giugno al 15 agosto di quell’anno. Durante il periodo della sua carica si adoperò soprattutto affinché il Comune svolgesse una politica di indipendenza dalle mire egemoniche del pontefice Bonifacio VIII.

Quando Carlo di Valois era ormai alle porte di Firenze, inviato da Bonifacio VIII, in veste di paciere ma con lo scopo manifesto di favorire la fazione dei Donati, la Signoria, nell’ambasceria che inviava a parlamentare con il pontefice inviava anche l’Alighieri sebbene Dante avesse, manifestamente propugnato una politica ostile a quella papale. Partito per Roma nella seconda metà dell’ottobre del 1301, egli non doveva più tornare a Firenze.

Carlo di Valois entrava in Firenze il primo novembre del 1301 e, con lui rientravano, ben presto, i più facinorosi capi della Parte Nera e subito iniziarono i processi e le condanne contro i Bianchi, accusati di “ghibellismo” e di frodi amministrative nella cosa pubblica (baratteria). Il 21 gennaio del 1302 Cante dei Gabrielli da Gubbio, podestà nominato dai Neri, condannava dante, che si era opposto alle mire del pontefice, per baratteria comminadogli un’ammenda di 5.000 fiorini e due anni di esilio fuori della Toscana. Risultato Dante contumace, il 10 di marzo, la pena verso l’Alighieri fu commutata in condanna a morte.



DANTE IN ESILIO


Dal 1301 al 1311


Il libro del chiodoLa condanna colpì Dante sulla via del ritorno da Roma ed egli si unì ai molti altri esuli : Bianchi e ghibellini che si stavano organizzando per rientrare in Firenze con le armi. L’8 giugno 1302 lo troviamo infatti tra i firmatari, a San Godenzo, che, in cambio di un valido aiuto, s’impegnavano a risarcire gli Ubaldini per i danni subiti dalla guerra contro Firenze.

Nel 1303, per procacciare alleati alla causa dei fuoriusciti, Dante si reca a Forlì da Scarpetta degli Ordelaffi ed a Verona, presso Bartolomeo della Scala. Morto, nell’ottobre 1303, Bonifacio VIII, il nuovo pontefice Benedetto XI invia a Firenze, nel marzo 1304, in qualità di paciere, il Cardinale Niccolò da Prato. A lui Dante indirizza, a nome dei Bianchi un’ epistola conciliativa mirante a trattative per il rientro in città dei fuoriusciti. Naufragate, per l’intransigenza dei Neri, le speranze degli esuli, si fece ricorso alle armi; ma con l’ infausta giornata della Lastra alle porte di Firenze (20 giugno 1304) segnò il tramonto di ogni concreta possibilità di rientrare in patria.

In quei giorni Dante, dopo forti contrasti di natura politica con gli altri esuli, aveva già fata parte per se stesso (Par., XVII, 69).Sono poche le notizie sulle peregrinazioni di Dante per quegli anni. Fra gli anni 1304-1306 fu, molto probabilmente Bologna; nella città felsinea furono avviate le due opere dense di dottrina: il Convivio in volgare e il De Vulgari Eloquentia in latino; opere che mostrano un ulteriore allargarsi di prospettive letterarie, culturali, civili e politiche. Dante vuole con esse innalzare la sua fama di studioso finalizzata alla revoca della condanna: la nostalgia verso la patria lontana e la speranza del ritorno animano, infatti, con accenti commossi entrambe le opere anche se Dante ora si proclama, con nobilissimi accenti, cittadino del mondo. I due trattati rimasero interrotti, sia per l’espulsione degli esuli fiorentini da Bologna (anno 1306), sia per l’applicarsi al più vasto disegno dell’opera poetica maggiore.

Poche sono le notizie certe delle tappe di Dante: il 6 ottobre lo troviamo a Sarzana intento a stipulare la pace tra Franceschino Malaspina e il Vescovo di Luni; nel 1308 era probabilmente a Lucca, di poi dal Casentino da dove inviava a Martello Malaspina la canzone Amor da che convien, con una epistola dichiarativa. Lì dovette giungergli l’elezione, al trono imperiale, di Arrigo VII di Lussemburgo (1308)il cui nome, a Firenze, viene trasformato in Arrigo. In Dante era maturata la convinzione che l’assenza di un imperatore aveva consentito il prevalere dell’integralismo pontificio e quindi la rovina, in Firenze, della Parte Bianca. Ecco allora l’Epistola V, del 1310, nella quale il poeta esalta il proposito di Clemente V di incoronare, in Roma, il nuovo imperatore; ecco le due successive epistole politiche, del 1311, dirette ai fiorentini e all’Imperatore, volte ad affrettare i tempi e a rimuovere ogni ostacolo alla discesa di Enrico VII in Italia.


Dal 1311 alla morte


Maschera mortuaria di Dante AlighieriAi tempi della discesa di Enrico VII in Italia va riportato, verosimilmente, il trattato, in latino, intitolato il De Monarchia, nel quale si tende a dimostrare la necessità di un monarca per il benessere del mondo, nonché l’indipendenza dell’Imperatore dal Pontefice. Morto Enrico VII a Buonconvento il 24 agosto 1313, tramontano definitivamente le speranze di Dante di rientrare in patria e, dopo un soggiorno di qualche tempo in Toscana, forse presso Uguccione della Faggiuola a Lucca, verso il 1316, il Poeta torna a Verona da Cangrande della Scala che, da vicario imperiale andava realizzando il suo audace disegno di realizzare, nell’Italia settentrionale, un esteso e potente Stato Ghibellino.

Agli anni 1314-1316 risalgono le ultime tre epistole: la XI rivolta ai ai Cardinali italiani riuniti in Conclave dopo la morte di Clemente V (giugno 1314), la XII rivolta ad un amico fiorentino, nel quale rinuncia all’amnistia indetta a favore degli esiliati, ma con condizioni umilianti; (maggio 1315); la XIII, del 1316 il Poeta dedica a Cangrande della Scala la cantica del Paradiso, appena iniziata, e ne offre un saggio ed un commento, insieme a un importantissimo inquadramento generale della Commedia.

Lasciata Verona verso il 1318, Dante trascorre a Ravenna, in serena e assorta quiete, l’ultimo periodo della sua vita, ospite di Guido Novello da Polenta; qui conduce a compimento la sua opera maggiore: la Divina Commedia, iniziata verso il 1308 come un vasto affresco che rappresentasse, in immagini poetiche, le avventure più segrete dell’animo suo, i suoi dolori e le sue speranze, gli odi violenti e tenaci, ma anche le amorose e fiduciose certezze di poeta e di credente; e insieme riaffermasse, in modo esemplare, attraverso un continuo giudicare gli uomini del suo tempo e sulle cose umane, una ben precisa concezione morale e politica del mondo, nell’ambito dei fini per cui Dio ha creato l’umanità, entro il duplice ordine della Natura e della Grazia.

Una breve permanenza a Verona è testimoniata dalla Quaestio de Aqua et Terra, disputa scolastica su un tema caro alla cultura accademica (se l’acqua in qualche sua parte possa essere più alta della terra), discussa in quella città nel gennaio del 1320. A Ravenna furono infine composte due Egloghe responsive in latino: a Giovanni dal Virgilio, che esortava il poeta a comporre un’opera in versi latini di materia storica, e lo invitava a Bologna promettendogli l’alloro poetico. Inviato da Guido da Polenta quale ambasciatore a Venezia per dirimere una controversia con la potente vicina, sulla via del ritorno veniva colto da febbri malariche, il Poeta che aveva da poco terminato la cantica del Paradiso, moriva nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321, lasciando all’Italia e al mondo la sua Commedia che i posteri hanno giudicato divina.