San Francesco contro Aristotele: una battaglia impari

Prof. Leonardo CappellettiStoria e letteratura1 Comment

Che la Cantica infernale debba suscitare vivo terrore negli uomini, è Dante stesso ad affermarlo nella lettera a Cangrande della Scala, e le pene e i dolori che le anime dannate subiscono nel primo regno dell’oltretomba sono dal poeta fiorentino così minuziosamente descritte proprio affinché la paura di doverle scontare per l’eternità provochi nell’umano genere un moto di pentimento. L’Inferno dantesco non ha niente di mistico: esso è reale, tangibile, così come reale e tangibile è il dolore che i suoi abitanti percepiscono con i propri sensi corporei. L’Inferno della Commedia, insomma, fa paura e nessun lettore, di qualsiasi epoca, vorrebbe ovviamente farne parte. L’uomo del medioevo, percorrendo con la lettura il viaggio dantesco della prima Cantica, è costantemente pervaso da quel senso di angoscia che gli deriva dalla consapevolezza che quel Regno esiste e che lo può attendere; un’angoscia che Dante, quasi ne fosse il direttore, riesce a far aumentare o diminuire a seconda delle esigenze poetiche dell’opera.

A ciascun lettore della Commedia si potrebbe chiedere quale sia, per lui, il passo più spaventoso dell’Inferno e ognuno risponderebbe alla domanda seguendo la propria sensibilità. Non è possibile dunque dire quale sia il passo più terribile e angosciante né, d’altra parte, stilare una sorta di casistica a riguardo. Ciò nonostante vorrei qui concentrare l’attenzione su un preciso luogo dell’Inferno in cui quel senso d’angoscia di cui si è detto doveva raggiungere, almeno per l’uomo del medioevo, un vero e proprio apice: si tratta del racconto col quale Guido da Montefeltro spiega a Dante il modo in cui la sua anima ha raggiunto il regno della dannazione (Inf. XXVII, 112-123). La storia è nota: dopo una vita delittuosa, Guido decide di vestire l’abito francescano per redimersi dai peccati commessi e salvare la propria anima. Tuttavia egli viene da Bonifacio VIII convinto a mostrargli il modo per distruggere la rocca di Palestrina dove erano asserragliati i Colonna, suoi nemici, con la promessa che lui, il Papa, avrebbe perdonato quel gesto dallo stesso Guido giudicato peccaminoso. Giunto costui a morte e separatasi dal corpo la sua anima, essa vede arrivare da una parte un diavolo per portarla all’inferno e, dall’altra, San Francesco in persona per soccorrerla.

Immaginiamoci pertanto la scena e proviamo, immedesimandoci nel personaggio, a pensare al sollievo che quell’anima ha provato nel veder giungere niente meno che il Santo d’Assisi per salvarla da quelle orribili grinfie. Quale diavolo, infatti, avrebbe potuto competere con lui? Pronto, dunque, ad essere preso per mano dal fondatore dell’Ordine francescano ecco però che quel sollievo che abbiamo anche noi provato si tramuta istantaneamente in angoscia: senza che neppure Francesco dica una sola parola, il diavolo spiega al Santo che quell’anima non può essere salvata dal momento che non solo l’assoluzione promessa dal Papa non poteva lavare la colpa di chi, come Guido, non si era pentito, ma neppure era possibile pentirsi di un’azione nel momento stesso in cui la si compiva:

…assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente

Tutto accade velocemente, la felicità cede il posto alla disperazione in un breve momento: San Francesco non può far niente per il suo confratello che, dopo aver compreso la totale impotenza di quel grande Santo che era considerato addirittura l’alter Christus, viene afferrato dal diavolo e portato al giudizio di Minosse.

Dante, in questo passaggio, riesce a descrivere con meravigliosa chiarezza il mutare dello stato d’animo di Guido da Montefeltro che, credutosi salvo, si vede d’un tratto irrimediabilmente dannato; mutamento d’animo, il suo, esperito anche dal lettore che si immedesima in quello e che immagina se stesso al suo posto. Ma com’è stato possibile che un Santo come Francesco non abbia fatto alcunché per salvare quell’anima? Com’è stato possibile che non abbia intercesso per la sua salvezza considerato il fatto che egli, in quanto ‘altro Cristo’, ha un potere assimilabile a quello di Dio? Perché non ha rivolto il suo sguardo verso il cielo impetrando per quell’anima il perdono divino?

Stante questa equipollenza tra San Francesco e Dio, la domanda che ci siamo posti, e che forse anche il lettore medievale si poneva, è assolutamente lecita e trova risposta, a nostro avviso, in quella cultura filosofica cui lo stesso Dante si era formato. Il fatto che San Francesco abbia perduto la partita col diavolo, cioè, trova la sua giustificazione non nella licenza poetica dell’Alighieri, ma in una precisa dottrina che veniva veicolata nella cultura dei secoli XIII e XIV; e se così non fosse, – è bene sottolinearlo – il racconto del XXVII canto avrebbe potuto essere interpretato come un’indebita presa di posizione dell’autore che, di sua iniziativa, avrebbe dimidiato la ‘potenza’ di Francesco alter Christus, impedendogli di fare ciò che invece gli sarebbe stato possibile compiere. Se il Santo d’Assisi non ha potuto fare ciò che avrebbe voluto, ecco il nocciolo della questione, dipende dal fatto che anche lo stesso Dio si sarebbe trovato nell’impossibilità di salvare l’anima di Guido da Montefeltro arrendendosi, come Francesco, davanti alla sottigliezza logica del diavolo. Secondo la dottrina che Dante aveva bene a mente, infatti, l’onnipotenza divina trovava un limite proprio nell’aristotelico principio di non contraddizione per il quale è impossibile che una cosa sia e non sia al medesimo tempo: per un intellettuale del XIII secolo la proposizione «questa pagina è bianca» era valida solo nel momento in cui veniva pronunciata (‘ut nunc’) dal momento che Dio, intervenendo con la sua somma potenza, avrebbe potuto operare in modo tale che essa divenisse nera. Quel che non poteva fare in modo che accadesse era l’eventualità che alla pagina inerissero contemporaneamente bianchezza e nerezza; partendo da questo presupposto, ovvero dal fatto che esiste un principio che neppure Dio è in grado di porre in deroga, il teologo francescano Matteo d’Acquasparta riconobbe in esso il fondamento della conoscenza umana.

Nel passo dantesco che abbiamo preso in considerazione, l’impossibilità di salvare l’anima di Guido da Montefeltro richiama evidentemente questa dottrina inerente alla logica di Aristotele. Il diavolo, insomma, mette Francesco davanti all’unico limite che la sua potenza di alter Christus non era in grado di superare: l’anima di Guido era ormai dannata in quanto, per la contradizion che nol consente, non poteva compiere un peccato e, nel medesimo momento, pentirsene. Così, per un semplice ‘cavillo’ logico l’anima di Guido, che potrebbe essere quella di qualsiasi altro uomo, viene portata all’inferno dopo aver assaporato la speranza della salvezza. Terribile la chiosa del diavolo che, come ci suggerisce l’iconografia medievale, si carica Guido sulle spalle dicendogli «…forse / tu non pensavi ch’io löico fossi!»: è la fredda logica aristotelica che, almeno in questo caso, vince l’amore che il Creatore nutre per la sua creatura!

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Prof. Leonardo Cappelletti

Leonardo Cappelletti (Pelago, 1975) è Vicepresidente dell'Unione Fiorentina Museo Casa di Dante. Laureato a Firenze in Storia della filosofia medievale, ha conseguito il dottorato di ricerca presso l'Istituto in Studi Umanistici e il Master in ‘Comunicazione del patrimonio culturale’. Ha pubblicato vari saggi sul pensiero teologico-filosofico dei secoli XIII-XIV e le monografie Matteo d’Acquasparta vs Tommaso d’Aquino. Il dibattito teologico-filosofico nelle quaestiones de anima (Aracne 2011), Bartolomeo Berrecci da Pontassieve. Un genio del Rinascimento tra arte e filosofia (Polistampa 2011) e 'Ne le scuole de li religiosi'. Le dispute scolastiche sull'anima nella 'Commedia' di Dante (Aleph Editrice 2015). È docente a contratto di Storia della Chiesa medievale presso l’ISSR di Firenze. Potete contattarlo a prof.cappelletti@museocasadidante.it.

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