L’influenza dei pianeti, l’ira e ‘The importance of being Marco’

È un topos piuttosto comune nella Commedia che, nel presentarsi a Dante, le anime dell’Inferno e del Purgatorio rendano note al Poeta le colpe commesse in vita per le quali sono state condannate all’eterna dannazione o alla temporanea espiazione in attesa della beatitudine; a questa sorta di inutile o, quanto meno, tardiva confessione fa eccezione l’anima di Marco Lombardo che Dante incontra percorrendo la terza cornice della montagna del Purgatorio dove viene scontato il peccato dell’ira. Su questa figura che domina il canto XVI della seconda Cantica del Poema ha lungamente discusso la critica dantesca in merito alla sua realtà storica ma, a nostra conoscenza, nessuno si è mai posto il problema del perché essa sia immersa nel denso fumo cui sono avvolti coloro che sulla terra furono iracondi. Omissione ben comprensibile dal momento che le parole con le quali egli si qualifica nulla dicono della sua vita se non che (vv. 46-48):

Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l’arco.

Anzi, alla luce di queste parole possiamo inferire di trovarci davanti ad un’anima assolutamente nobile che, com’essa stessa afferma, si è dedicata durante la vita ad amare ed a perseguire le virtù: nessun minimo accenno, dunque, ad atteggiamenti irosi che possono averle meritato la pena purgatoriale. Per quale motivo, allora, essa appartiene alla schiera delle anime che si trovano nella cornice dove si sconta il peccato d’ira? Scopo di questo intervento sarà quello di azzardare una timida considerazione che crediamo possa, almeno in parte, coprire questa lacuna che riguarda Marco Lombardo consapevoli, tra l’altro, che forse neppure fosse stata intenzione di Dante fornire indizi per rispondere alla domanda che ci siamo posti.
La supposizione che vogliamo avanzare prende le mosse da uno degli argomenti principali dell’intero canto, e cioè quello relativo all’influenza che i pianeti esercitano sulle azioni umane: la questione nasce dalla domanda rivolta da Dante all’anima di Marco se la corruzione morale che affligge il mondo dei vivi sia da addebitare ai movimenti dei pianeti ovvero alle azioni degli uomini e alla loro volontà. Domanda, quella del poeta, assolutamente lecita per un uomo del medioevo il quale riteneva di vivere all’interno di un Cosmo non solo spazialmente finito, ma anche privo del vuoto e pertanto assimilabile ad un immenso sistema di ingranaggi dove il movimento di uno di essi determinava quello di tutti gli altri, uomini compresi. E poiché questa visione del mondo, che pensiero medievale assimilò dal sistema astronomico aristotelico-tolemaico, entrava in contrasto con la dottrina cristiana del libero arbitrio secondo cui l’uomo agisce seguendo la propria volontà, molti furono i pensatori del XIII secolo che affrontarono la questione prima che Dante la ponesse all’attenzione di Marco Lombardo. La risposta con cui quest’ultimo scioglie il dubbio del poeta fiorentino, infatti, non si allontana dalle soluzioni dei maggiori teologi della Scolastica che affidarono l’agire umano alla libera volontà riservando, tuttavia, un’iniziale e circoscritta influenza su di esso ai movimenti dei pianeti; proprio come afferma l’anima di Marco (vv. 73-76)

Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma posto ch’i’ ’l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,
e libero voler;…

Con le parole messe in bocca al suo interlocutore, dunque, Dante asserisce che l’agire umano è condizionato dal libero arbitrio e che la nostra volontà non è necessitata da alcun tipo di influenza astrale; il moto dei pianeti, caso mai, può influire come leggiamo nel passo citato, su taluni, e non meglio specificati, movimenti; di quali ‘movimenti’ si tratta? Per specificarlo occorre richiamarsi alle dottrine teologiche e filosofiche veicolate dalla cultura medievale al tempo di Dante.
Tommaso d’Aquino, ad esempio, sosteneva che se cessassero improvvisamente i moti planetari il fabbro che intendesse battere il martello sull’incudine non potrebbe muovere il braccio per farlo poiché i movimenti degli organi del corpo, sebbene diretti dalla nostra volontà, dipendono meccanicamente da quelli dei pianeti; è dunque questo il movimento cui allude Dante? Certamente, ma solo in parte. Sebbene i teologi della Scolastica avessero rifiutato il condizionamento dei pianeti sulla volontà umana non è raro scorgere, nel pensiero del XIII secolo, deroghe e limitazioni che aprivano la strada ad un’influenza astrale ben più estesa: poiché le nostre capacità intellettive dipendono da quelle sensitive e queste ultime sono condizionate dai moti dei pianeti, Sigieri di Brabante, maestro delle Arti all’Università di Parigi, affermava che l’intelletto umano può ‘accidentalmente’ trovarsi ad essere vincolato ai movimenti celesti e, del resto, lo stesso Tommaso d’Aquino aveva riservato una simile condizione a coloro che nella vita preferiscono assecondare istinti e passioni piuttosto che seguire la propria ragione. Se poi, affermava Bonaventura da Bagnoregio con Alberto Magno, gli astrologi predicono veracemente guerre e sciagure scrutando le congiunzioni astrali di Giove con Saturno, ciò è dovuto non tanto a presunte capacità divinatorie, quanto al fatto che interi popoli possono esseri soggetti all’azione dei pianeti; e ancora Alberto Magno asseriva che una delle cause per le quali accadono nascite mostruose è riconducibile all’influsso che gli astri esercitano al momento del concepimento sul nascituro.
Torniamo dunque al XVI canto del Purgatorio e al personaggio di Marco Lombardo: affermando che i pianeti siano la causa iniziale di taluni movimenti è chiaro che Dante avesse alla mente le disquisizioni filosofico-teologiche che i Dottori della Scolastica avevano avanzato sull’argomento riservando loro, come si è visto, un’influenza sulla vita umana più ampia di quello che si potrebbe pensare. Ma cosa può avere a che fare, tutto ciò, con l’ira e con la relativa pena che il personaggio dantesco si trova a scontare nel secondo Regno dell’aldilà? Rileggendo la terzina con cui egli si presenta al poeta fiorentino noi sappiamo che egli a) fu lombardo; b) gli fu imposto il nome Marco e che c) dedicò la sua vita a virtù ormai non più perseguite.
A nostro avviso l’unico ‘indizio’ che possa fornirci una qualche notizia circa la sua attitudine all’ira sta nel punto b): secondo infatti l’etimologia del nome, ‘Marco’, dal latino Marticus, stava a significare ‘dedicato a Marte’, il dio della guerra che ha dato il nome al quarto pianeta del nostro sistema solare e al terzo mese dell’anno: non a caso, anche nel Medioevo, si era soliti imporre questo nome a coloro che nascevano in Marzo. Ora, proprio un celebre teologo francescano del XIII secolo, Alessandro di Hales, dopo aver affermato nella sua Summa Teologica che i movimenti planetari non possono influire sulle azioni umane, concedeva che ai nati sotto l’influsso di Marte venisse veicolata dal medesimo pianeta una certa disposizione al ‘calore’ ed ad altre ‘qualità’ tali da renderli inclini all’ira. Quel perentorio (o forse melanconico) …e fu’ chiamato Marco, se letto alla luce di quanto la dottrina medievale concedeva alle influenze astrali sulla vita umana, costituirebbe allora un’eccezionale parentesi all’interno della teoria del libero arbitrio che il canto stesso intende invece descrivere, una parentesi dove la predestinazione, sotto forma di influenza astrale, è addirittura legata ad un nome: L’importanza di essere Marco, appunto.